News

Estate 2025 in Valpelline: tra creste solitarie, ghiacciai che cambiano e una stagione che profuma di arrivederci

Luglio 2025. Con Alberto, Luca e Francesco risaliamo l’eterna Valpelline, direzione Rifugio Aosta. Per alcuni è la prima volta, per altri l’ennesima dopo un inverno passato spesso con gli sci in questo angolo della Valle d’Aosta. Per me è la prima di molte di questa estate.

Il sentiero sale poco, la marcia è lunga, e ogni metro di dislivello sembra allungarsi in orizzontale. È facile perdersi nei propri pensieri. Guardo i miei compagni e mi sento fortunato: sono otto anni che mi accompagnano in questo viaggio attraverso le valli valdostane, ogni volta con nuove cime e nuovi orizzonti. La giornata è limpida, nonostante il caldo, anzi il caldissimo, di fine giugno. La prima ondata africana scioglie i ghiacciai e gonfia i torrenti. Ci lamentiamo, come sempre, dei ghiacciai che non ci sono più, delle montagne che crollano, di estati fredde e delle ottime condizioni che non abbiamo vissuto. Ci fermiamo spesso. La Dent d’Hérens gioca a nascondino con il Ghiacciaio delle Grandes Murailles e la luce del pomeriggio disegna punte e puntine. È qui che ritorna, puntuale, quello stesso sentimento di ogni anno: un misto di eccitazione e timore davanti all’infinito numero di cime da salire in ogni direzione. Quest’anno, però, qualcosa è diverso. Alcune di quelle creste le conosco bene: le Grandes Murailles, il Mont Dragon, le Punte di Fontanella, la lunga costiera di Balanselmo, il Dôme du Tsan, il Mont Redessau, le Punte di Chavacour. Le ho salite tutte. Le rivedo una ad una, e ognuna porta con sé un ricordo: erano le prime cime di questo viaggio in Valle d’Aosta, nell’estate 2018, poi inserite nel primo volume del Cervino. Ritrovarle dall’altro lato della valle è come sfogliare un album di ricordi ma mi da anche la sensazione di un cerchio che si chiude… della fine del viaggio!

Riprendo lo zaino, mi attardo ancora un attimo e poi raggiungo gli altri sui gradini del rifugio. Le ultime luci formano angoli perfetti con le montagne. Ci godiamo gli ultimi raggi di sole sul prato e un bicchierino di genepy che profuma di luogo remoto, appoggiato qui sotto le montagne della Valpelline. Il giorno dopo saliamo l’unico quattromila della valle. È l’inizio di una lunga serie di salite.

Luglio vola via e agosto sfrutto ogni finestra di bel tempo tra arrampicate su roccia sorprendentemente buona nel Vallone di Crête Sèche e linee al limite dell’alpinismo di ricerca. La traversata della Sengla merita un posto speciale: una delle cavalcate più belle degli ultimi anni, lontano da tutto e tutti. Torno anche sul Gran Combin, con una splendida traversata di tutte le sue cime: uno di quei giri che restano. La mente, spesso, è altrove. Ma la voglia di chiudere il progetto mi spinge a proseguire.

Nelle salite solitarie mi chiedo spesso quale sia il senso del salire ogni cima, del raccontarle tutte.

Sfoglio di frequente la guida delle Alpi Pennine di Buscaini. Le sue parole hanno una forza particolare: è chiaro che quei sentieri li ha percorsi davvero, che quelle montagne le ha toccate con mano. Qualche giorno dopo Ferragosto saliamo la sua via al Tour de la Tsa: una bastionata magnifica che si alza tra i prati. Altrove sarebbe punteggiata di spit; qui ci sono solo pochi chiodi posati più per incoraggiare che per proteggere. Ritorno sulle Murailles, questa volta sulle Petites, con una traversata integrale tra scorci meravigliosi sulla Valle del Cervino e passaggi delicati su terreni dalla tenuta incerta: un promemoria di perché certi luoghi non saranno mai affollati. Passeggio spesso nel Vallone di By, fotografo l’eterna cresta del Morion, salgo le cime all’estremità, attraverso interamente le Punte di Ollomont con quei passaggi “acrobatici” che un tempo avrebbero fatto scalpore e che oggi sembrano appannaggio esclusivo degli stambecchi. Le Punte Olietti, sopra Place Moulin, sono una piacevole scoperta; la Punta Chatele è una di quelle salite dal sapore dell’alpinismo esplorativo, con difficoltà contenute, dove finisco per passare il tempo a costruire ometti e fotografare all’infinito l’azzurro stupendo del lago. Una cima tira l’altra… e, come sempre, mi lascio per ultime quelle più ingaggiose: salite dove i compagni non sono indispensabili, ma la loro presenza aiuterebbe comunque a condividere il peso delle scelte sui terreni d’avventura.

Per la prima volta dopo anni non passo l’autunno in Valle: altri impegni mi portano lontano.

La stagione si chiude con un semplice arrivederci, non con un punto. Qualche cima aspetta l’inverno o la primavera, quando la neve ridisegnerà le linee, i volumi e il modo stesso di salire queste montagne.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *